Quanto sono fragili Cina e America di fronte a Chen

Chen Guangcheng resterà in Cina o andrà in America, magari sull’aereo di Hillary Clinton, segretario di stato statunitense in visita a Pechino? La risposta a questa domanda è anche la soluzione a uno dei caos diplomatici più gravi tra cinesi e americani – secondo gli allarmisti, è dalla crisi di Tiananmen, anno 1989, che il rischio di rottura non era così alto. Chen è un dissidente di quarant’anni, cieco, avvocato autodidatta, finito agli arresti domiciliari dal 2006 al 2010 perché si batteva contro la “politica di pianificazione famigliare”.
12 AGO 20
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Chen Guangcheng resterà in Cina o andrà in America, magari sull’aereo di Hillary Clinton, segretario di stato statunitense in visita a Pechino? La risposta a questa domanda è anche la soluzione a uno dei caos diplomatici più gravi tra cinesi e americani – secondo gli allarmisti, è dalla crisi di Tiananmen, anno 1989, che il rischio di rottura non era così alto. Chen è un dissidente di quarant’anni, cieco, avvocato autodidatta, finito agli arresti domiciliari dal 2006 al 2010 perché si batteva contro la “politica di pianificazione famigliare”, cioè le sterilizzazioni e gli aborti forzati con cui la Cina “amministra” lo sviluppo demografico. Dal 2010, le autorità cinesi hanno continuato a presidiare l’abitazione di Dongshigu in cui Chen viveva segregato con la moglie, Yuan Weijing, fino al 22 aprile scorso, quando è iniziata la grande fuga che lo ha portato a rifugiarsi nell’ambasciata americana (l’avete già sentita? Sì, quello era un consolato nella regione di Chongqing, ma il dramma per Pechino è lo stesso: due cinesi in pericolo cercano protezione presso gli americani).
I giornali ora rivelano i dettagli della fuga: Chen si è finto malato per settimane, approfittando del buio ha scavalcato il muro della casa, ha raggiunto di corsa il punto prestabilito, dove è stato preso in consegna da un ex insegnante di inglese di Nanchino. “Cadendo duecento volte”, si è ferito gravemente a un piede. Diretto in auto verso Pechino, Chen ha detto di non avere intenzione di lasciare il paese. Accolto nella sede diplomatica di Washington, preallertata da un amico dell’attivista, Chen “ha raccontato episodi tristi della sua vita senza chiedere asilo politico”, ha dichiarato l’ambasciatore Gary Locke.
Da allora ci sono state trattative tra cinesi e americani, un presunto “deal” di garanzia a Chen, ma anche di collaborazione tra i due paesi, sarebbe stato trovato mercoledì: il dissidente lascia l’ambasciata, potrà vivere da libero cittadino e continuare i suoi studi di legge a Tianjin. “Ha deciso lui di uscire dalla nostra sede – ha detto l’ambasciatore Locke – e lo ha fatto senza alcuna esitazione”. Poche ore dopo, però, dall’ospedale in cui è ricoverato, l’attivista ha cambiato versione: preoccupato per la sorte sua e dei famigliari più stretti, Chen ha chiesto di partire da Pechino a bordo dell’aereo di Hillary. Una richiesta che suona come un ultimatum per Washington (oltre a irritare oltremodo i cinesi): se Chen non sale sull’aereo, l’America avrà ceduto a Pechino; se sale, Pechino la farà pagare all’America. Ecco che, poche ore dopo, un’ulteriore smentita alleggerisce il fardello diplomatico di Hillary: “Nel giro di dodici-quindici ore, Chen e la sua famiglia hanno cambiato nuovamente idea”, ha detto la portavoce del dipartimento di stato americano, Toria Nuland.

Il mistero al bilaterale
Il mistero ancora non è risolto, ma domina un meeting di altissimo livello (ce ne sono stati soltanto altri tre di questa importanza durante il mandato di Barack Obama) in cui cinesi e americani cercano di trovare accordi sui tanti fronti che li coinvolgono, dalla crisi economica alla geopolitica: Iran, Siria, Corea del nord solo per citare i problemi più impellenti. Hillary Clinton, aprendo i lavori del bilaterale, ha affermato che “tutti i governi sono tenuti a rispettare la volontà dei propri cittadini di avere dignità e stato di diritto, aspetti che nessun paese può o deve negare”. Non ha citato Chen, insomma. La diplomazia cinese invece è trincerata dietro un costante “no comment”, ma è facile immaginare la preoccupazione. In autunno ci sarà un cambio di leadership a Pechino e nel giro di tre mesi ci sono state due crisi che hanno rivelato al mondo la fragilità di questa transizione. Con la caduta di Bo Xilai, si è vista la battaglia tra le forze nazionaliste e quelle riformatrici; con la crisi di Chen si vede lo scontro tra chi vuole rispettare un minimo di stato di diritto e chi invece vuole continuare la linea di persecuzione politica ai danni della dissidenza.
L’America non se la passa meglio. Barack Obama non ha mai scelto una dottrina di politica estera – idealismo o realismo, diritti umani o accordi economici? Così di fronte all’ultimatum di Chen deve prendere tempo, sperando di trovare un accordo che salvi le relazioni tra i due paesi e anche l’immagine di una presidenza che fatica a prendere una posizione, e a mantenerla.